mercoledì 18 novembre 2009

Daniele, storia di un bambino che spera di Cinzia Lacalamita


Daniele è un bambino che ha poco più di due anni ed è affetto da una malattia rarissima:una particolare forma di mutazione- unico caso al mondo- causato dalla distrofia muscolare di Duchenne.I muscoli dei bambini affetti da questa patologia sono attaccati progressivamente: si cammina sempre con maggiore difficoltà, prima o poi si finisce sulla sedia a rotelle, finchè, ad uno ad uno vengono colpiti gli organi vitali, l'apparato respiratorio, il cuore.
Daniele non lo sa e si muove come ogni altro piccolo della sua età, solo se lo guardi attentamente noti che un'andatura strana, simile a un passo di danza, in realtà fa forza sui talloni per stare in equilibrio.
Papà Fabio e mamma Eliana Amanti sono impegnati in una lotta contro il tempo, uno qualunque dei prossimi giorni Daniele potrebbe precipitare nel tunnel della distrofia e l'unico modo per trovare una cura é un progetto di ricerca finalizzato-anche- alla sua malattia. Per "costruire" il progetto occorrono 250mila euro.
Cinzia Lacalamita incontra Daniele su Internet, é scrittrice e madre (ha perso la sua piccola Daria), decide di aiutarlo e scrive un libro, trova l'editore e pubblica "Daniele, storia di un bambino che spera" (Aliberti, 11,90 euro).
I diritti d'autore- come altri contributi- vanno al Parent projet onlus, direttamente sul conto perchè Fabio, eliana e Cinzia vogliono che nulla passi per le loro mani.

Dobbiamo aiutare Daniele e i suoi genitori in questa lotta contro il tempo, dobbiamo farlo perchè il nostro impegno sul web abbia un significato, perchè le nostre parole di solidarietà e condivisione, e persino il nostro dolore, abbiano un significato!

Per contribuire:
Posta:Fondo Daniele Amanti c/c postale 94255007
Bonifico: Banca di Credito Cooperativo di Roma,iban IT38V08327032I9000000005775(intestato a Parent Projet Onlus. Causale:Fondo Daniele Amanti)

domenica 15 novembre 2009

Il Crocifisso nelle scuole



Nella mia scuola il Crocifisso c'è sempre stato, non ha mai dato fastidio neanche agli alunni di religione diversa, nè tantomeno alle loro famiglie.
Oggi si scopre che la Croce può creare turbamento...
Proviamo a pensare alle "croci" che ci affliggono quotidianamente, che sono sotto i nostri occhi ogni volta che accendiamo il televisore o leggiamo un giornale, non c'è proprio da stare allegri!
Riporto uno scritto di don Luigi Ciotti sull'argomento Crocifisso riportato dalla Stampa dell'11 u.s.

"Sono i giovani i crocifissi
da difendere"


I crocifissi da difendere, quelli veri, non sono quelli appesi ai muri delle scuole. Sono altri. Sono uomini e donne che fanno fatica. Che non ce la fanno e muoiono di stenti. E' verso di loro che non possiamo e non dobbiamo restare indifferenti. E' verso di loro che dobbiamo concentrare i nostri sforzi.
«Un crocifisso è un malato di Aids, che ha bisogno di cure e di sostegno. Un crocifisso è quel ragazzo brasiliano che è morto qualche giorno fa a Torino. A casa aveva lasciato la moglie e i figli, era arrivato qui alla ricerca di un lavoro, e non ce l'ha fatta».

Abbiamo partecipato al suo funerale. C'erano tante persone, molte nemmeno lo conoscevano, ma erano lì ugualmente, a condividerne la sofferenza e il dolore.
«E' giusto lottare per difendere i simboli di quello in cui crediamo, ma allo stesso tempo bisognare stare molto attenti a non cedere al puro idealismo. Lo dice il Vangelo stesso: i pezzetti di Dio sono sparsi nel mondo che ci circonda. Li troviamo ovunque. Nel concreto, nella vita di tutti i giorni, tra le persone che vivono accanto a noi, e di cui spesso nemmeno ci accorgiamo dell’esistenza. E' con queste realtà che dobbiamo imparare ad avere a che fare e a misurarci.
«Bisogna imparare a vivere con corresponsabilità, come i tanti e tanti volontari che dedicano il proprio tempo a un bene che non è esclusivamente loro, ma pubblico, di tutti quanti. Dobbiamo sentirci tutti chiamati in causa, nei grandi nuclei urbani come nei tanti piccoli paesi di provincia. La partecipazione è il primo passo in favore dei più deboli.
«I crocifissi non si difendono soltanto con le parole. Infatti queste troppe volte non bastano. Bisogna imparare ad affrontare la realtà con concretezza, e tendere la mano alle persone sole, a chi non ha più una famiglia e a chi non può ricorrere all'aiuto dei propri cari».

Condivido le parole di don Ciotti e profitto per segnalare la lettera di Roberto Saviano indirizzata al presidente del Consiglio:

"Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia."

ROBERTO SAVIANO

Su Repubblica.it è possibile firmare per sottoscrivere l'appello.

domenica 8 novembre 2009

Leggerezza di E.B.



Leggerezza

Leggerezza, assolutamente di casa nella famiglia Howard dove tutto era "leggero".
Inge e Olaf si erano conosciuti a scuola e da piccoli amici erano poi diventati giovani sposi che, a parere di tutti e a cose fatte, avevano agito con "leggerezza".
Lui non aveva un lavoro stabile, ma sapeva fare di tutto, lei aveva conservato nell'aspetto e nei modi la sua immagine di bambina con la capacità di sgranare i tondi occhi azzurri dinanzi agli eventi, grandi o piccoli che fossero, tutti ugualmente sorprendenti e, per lo più, fonte di gioia.
- Nessun progetto di vita, solo il desiderio incontenibile di essere insieme, di respirare la stessa aria, di incontrarsi con gli occhi e col cuore senza neanche cercarsi-
Al mattino Olaf usciva con la sua cassetta degli attrezzi e andava...dove? Forse al porto, forse a riparare un tetto oppure a sistemare qualche infisso sconnesso, sarebbe rientrato all'imbrunire con i suoi capelli svolazzanti e con gli occhi ridenti.
Avrebbe trovato la sua donna bambina intenta a costruire piccole case olandesi, simili alla loro, da vendere al mercato con altri piccoli oggetti di legno, decorati con colori leggeri, come lieve era il loro peso e il loro uso.
Sui fornelli era in attesa una cena già pronta, ogni volta diversa, leggera ma sostanziosa, avvolta da oscuri profumi capaci di guidarlo fino a loro anche a occhi chiusi, giacché erano girovaghi come Lui, e tra girovaghi ci si riconosce.
Nacque il primo figlio, con la pelle color latte della mamma e i capelli di soffice seta rosata, lo guardarono entrambi con stupore...decisero insieme che poiché era piccolo e leggero avrebbero usato con lui solo parole dolci e modi gentili.
Inge cominciò a confezionare piccole bambole, prendendo a modello il suo bambino che non urlava come tutti i neonati, che dormiva con guance paffute e piangeva con lacrime dolci e silenziose.
Olaf avvolgeva i suoi attrezzi in panni soffici e al mattino usciva da casa con passi silenti, non senza aver gettato un ultimo sguardo alla sua famiglia dormiente, la Vergine con il Bambino, sapendo che al ritorno avrebbe ritrovato la strada di casa guidato da piccoli trilli di gioia e canti pieni d’amore.
Quando nacque Katie, con leggerezza, era già tutto pronto: la piccola aveva la culla del fratello e per giocare tante piccole bambole-sorelle di cui sembrava essere l'esatta copia, occhi fiordaliso e boccuccia dischiusa, come chi si accinge a dare voce a domande ancora inespresse.
Inge tagliava, cuciva, incollava, riempiva cesti dei suoi piccoli oggetti, ognuno dei quali dedicato ai suoi bambini: un lettino per Unger con tulipani azzurri, una sediolina per Katie con uccelletti dorati..casette un po’ più grandi, bamboline con gonnelline svolazzanti o con pantaloncini di panno... tutti destinati a girare il mondo, a differenza dei suoi piccoli che teneva avvinti a sé con i fili del suo amore e con corde di seta, perché il Vento non li portasse lontano.
Il Vento, un amico col quale aveva sempre giocato, lui le gonfiava le gonne e lo invitava a seguirlo, le scioglieva i capelli rendendola cieca per un po’, giusto il tempo di scoprire che le piccole cose leggere che lei inseguiva non erano più al loro posto, le foglie, le nuvole, un panno sfuggito alla presa della corda...piccoli scherzi di un compagno burlone, che sapeva però diventare esigente.
Come quando si annunciava con sibili continui, persistenti, avvolgendo la sua casa con turbini e oscure minacce, allora lei capiva che doveva temerlo.
Chiudeva le imposte e - con i figli stretti a sé- metteva al sicuro le cose leggere della sua vita perché sapeva che il Vento aveva mani sottili e insinuanti.
Quando una sera di vento Olaf non tornò, Inge capì che il Vento lo aveva portato via.
Prima aveva disperso il profumo della zuppa che bolliva sul fornello, poi il canto delle loro voci che lo chiamavano... Olaf si era perso!
Uscì in cerca del suo uomo, era così leggera che sarebbe finita chissà dove se i figli, già adolescenti, non l'avessero tenuta per mano, se le corde che aveva tessuto per loro non fossero state così resistenti.
Al porto le barche erano tutte distrutte, qualcuna si era salvata, ancora compariva e scompariva all'orizzonte come una bimba in altalena, su e giù...
Infine col calare del vento non si vide più niente, solo un punto lontano.
Inge rimise i piedi a terra. Sapeva che Olaf era stato sull'altalena, e non sarebbe tornato.
Con passo gravato da una sconosciuta pesantezza fece ritorno a casa, tenendo per mano i suoi figli.
Unger al mattino prese ad uscire come suo padre e a rientrare con occhi ridenti, Katie cominciò ad aiutare la mamma a costruire piccole case con i tetti colorati e le imposte chiuse, solo dipinte.
Inge si specializzò in piccole barche, di tutte le dimensioni e tutti i colori, ognuna aveva lo stesso nome: Olaf.
Sarebbero andate, con leggerezza, per ogni dove, come solo le cose "leggere" sanno fare.

domenica 1 novembre 2009

Solo per oggi di Giovanni XXIII


Giovanni XXIII, il Papa buono scrisse cosi...


Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi
della mia vita tutti in una volta.

Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.

Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell'altro mondo, ma anche in questo.

Solo per oggi mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.

Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l'ascolto sono necessari alla vita dell'anima.

Solo per oggi compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi farò una cosa che non desidero fare. E se mi sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.

Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l'indecisione.

Solo per oggi saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che la Provvidenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.

Solo per oggi non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nella bontà.

Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.

Dedico queste parole a Sante, nel giorno del Suo onomastico, con tutto il mio affetto!

Ai miei amici l'augurio che di tanto in tanto possano ripetersi:- Solo per oggi...

venerdì 23 ottobre 2009

Herta Muller - Nobel Letteratura 2009



Il paese delle prugne verdi di Herta Müller


"Quando stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo, diceva Edgar, quando parliamo, diventiamo ridicoli. Sedevamo da troppo tempo davanti alle foto sul pavimento. A forza di sedere, le mie gambe si erano addormentate.
Schiacciavamo tante prugne con le parole in bocca quante coi piedi nel prato. Ma anche col silenzio.
Edgar taceva.
Non riesco a immaginarmi alcuna tomba, oggi. Solo una cintura, una finestra, una noce e una fune. Ogni morte è per me come un sacco.
Se ti sentisse qualcuno, diceva Edgar, ti prenderebbe per pazza."


Si intitolava “La letteratura necessaria” l’evento del Festival della Letteratura di Mantova che presentava come ospite Herta Müller, la scrittrice rumeno tedesca a cui è stato appena conferito l’alto onore del premio Nobel 2009 e di cui si era parlato poco finora in Italia. Succede, che la letteratura necessaria - necessaria per chi la scrive e per chi la legge - non sia nota quanto la letteratura di mercato. Succede, perché, riconosciamolo, c’è una letteratura che potremmo chiamare da ‘fast reading’, coniando il termine per analogia con ‘fast food’, e ci sono poi i libri che hanno uno spessore diverso, che devono essere assaporati in maniera differente, che corrispondono ad una esigenza profonda. Di eticità, di libertà, di umanità essenziale. E i romanzi di Herta Müller appartengono a questo tipo di letteratura.

Il paese delle prugne verdi si srotola tra passato e presente, in una sorta di Bildungsroman della protagonista. Il passato con la madre, due nonne e un padre che era stato nelle SS e cantava ancora le canzoni inneggianti al Führer, in un paesino dall’atmosfera claustrofobica e oppressiva tanto quanto l’intera Romania di Ceauşescu che fa da sfondo alla narrazione principale del presente - l’amicizia di quattro studenti universitari, tre ragazzi e la scrittrice. C’era un’altra amica, Lola, e il libro si apre con la sua morte: Lola si suicida impiccandosi nell’armadio della stanza che condivide con altre tre ragazze. La morte come una via d’uscita da un paese senza libertà, in alternativa alla follia, oppure alla fuga.

Il paese delle prugne verdi sarebbe un libro nerissimo e disperato se non fosse per lo stile scelto da Herta Müller, per l’uso della metafora che cela le immagini più crude e attenua la realtà, per la poesia che affiora in ogni pagina e si annuncia nei versi di Gellu Naum in apertura, per anticipare il tema del libro: Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola/ così è infatti con gli amici dove il mondo è pieno di terrore...
Un libro necessario, per tutti noi che siamo convinti di vivere in un paese libero.

L'autrice
Herta Müller
Nitchidorf (Romania), 1953
Nasce a Nitchidorf, un villaggio tedesco del Banato rumeno. Studia all'Università di Timişoara, e nel 1976 inizia a lavorare come traduttrice in una azienda ingegneristica, dalla quale sarà licenziata nel 1979 per mancata collaborazione con la Securitate, i servizi segreti del regime di Ceauşescu.
Si guadagna da vivere come maestra d'asilo e insegnante di lingua tedesca. Nel 1982 pubblica il suo primo libro, che uscirà in forma censurata, come gran parte delle pubblicazioni dell'epoca. Nel 1987, lascia la Romania per andare a vivere in Germania dove vive tuttora insieme al marito, lo scrittore Richard Wagner, e da lì inizierà a ricevere proposte per divenire professore universitario.
(la recensione é tratta da Wuz.it)

mercoledì 21 ottobre 2009

Parliamo di ...cachi



Questo mese parliamo di ...Cachi

Il kaki (Diospyros kaki), o cachi nel linguaggio comune, è un tipico frutto autunnale che si caratterizza per il colore arancio brillante, la buccia liscia e lucida, che tende a rompersi facilmente quando il frutto è maturo, e la polpa molto dolce, simile ad una crema.

Le origini

La pianta di cachi, originaria della Cina (dove il frutto era chiamato la “mela d’oriente”), giunse in Giappone oltre mille anni fa, dove cominciò ad essere diffusamente coltivata.
La sua introduzione in Europa risale alla fine del Settecento, utilizzata inizialmente come pianta ornamentale; fu solo nel 1860 in Francia e, successivamente, in Italia che iniziò ad interessare come albero da frutto.

Le regioni italiane in cui è maggiore la produzione sono la Campania (da cui proviene circa il 50% della produzione nazionale) e l’Emilia-Romagna.

Appartenente alla famiglia delle Ebenaceae, la pianta di cachi, che raggiunge e talvolta supera i dieci di metri, si presenta con foglie acuminate di colore verde lucido e il frutto è una grossa bacca con forma prevalentemente arrotondata.
Il suo legno, particolarmente duro, veniva utilizzato per fabbricare oggetti molto robusti come mazze da golf e attrezzi sportivi.
La maturazione dei frutti avviene nei mesi tra ottobre e novembre, quando la polpa verdastra raggiunge il colore giallo-arancio. I cachi devono essere consumati a completa maturazione.
Dopo la raccolta, è necessario attendere che maturino ulteriormente, per eliminare il tipico effetto astringente al palato provocato dall'elevato contenuto di tannino.

Le varietà

Le varietà di cachi più conosciute sono:
- ”Loto di Romagna”, la cui zona tipica di produzione comprende i comprensori di Imola, Faenza, Lugo, Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini; si presenta di colore giallo aranciato, forma tonda e polpa consistente.

- “Vaniglia della Campania” è di colore rosso aranciato intenso con polpa liquiescente e sapore più dolce, ha forma rotonda e leggermente schiacciata alle due estremità.

Altre varietà conosciute sono: il “Fuyu” con maturazione tardiva, il “Kawabata”, il “Suruga” caratterizzato da polpa più dura.

Caratteristiche nutrizionali

Ricchi di vitamine, sali minerali e zuccheri i cachi sono frutti molto energetici, (contengono 65 calorie per 100 grammi). Contengono, inoltre, beta-carotene, vitamina C e, grazie alla presenza di potassio, fibre e calcio, hanno proprietà diuretiche.

Io sono ghiotta di cachi...per giunta ho la fortuna di poter disporre di un albero carico di frutti che è una vera gioia per gli occhi!
Posso invitarvi per una piccola scorpacciata?

martedì 13 ottobre 2009

Il Suo volto di Paolina Messina


Stiamo attraversando tempi difficili, privi di qualsiasi certezza. Parole come Verità e Giustizia vengono usate con significato ambiguo da più parti: ognuno può servirsene come meglio crede a supporto e giustificazione di azioni palesemente riprovevoli, finalizzate al raggiungimento di obiettivi che poco o nulla hanno a che fare con il Bene comune.
L'ipocrisia, l'intolleranza, la menzogna, l'inganno, lo sporco interesse dilagano apertamente negando il significato di altre parole che vorremmo poter usare senza fraintendimenti.
Penso all'Onestà, al Rispetto, alla Solidarietà, alla Libertà...
Sono un'inguaribile idealista, una persona che crede con ostinazione al significato delle parole e alla necessità di riscoprire linguaggi e modalità di comunicazione "dignitosi" e inequivocabili.

Vi propongo una lirica di Paolina che esprime con linguaggio semplice e diretto la sua profonda Fede, un Dono che auguro a me stessa e a chi ha la cortesia di leggermi.

Il Suo volto
Ha il capo reclino
Il Cristo sulla Croce
Non vedo il suo volto
ma so com'é
E' il volto del campesino sudamericano
che consuma la vita
nella terra non sua
E' il volto della madre di Santiago
che innalza la foto
del figlio scomparso
E' il volto del nero sudafricano
che strappa alle viscere della terra
diamanti non suoi
E'il volto di ogni emarginato
oppresso perseguitato sofferente
che giustizia reclama e attende

(dalla silloge "Tra frantumi di case")